Due ore aspettando l’eruzione

Se io incassassi dieci euro per ogni partita di baseball che ho visto non scriverei un blog sui Red Sox, ma probabilmente sarei il proprietario dei Red Sox. Questo solo per far capire quante partite posso aver visto, a tutti i livelli, dalle Major League al campionato amatoriale bolognese di slow-pitch; nonostante questo vissuto il vecchio gioco continua a sorprendermi, è come un bellissimo castello del quale continui a scoprire degli angoli nascosti e meravigliosi.

La partita di stanotte è stata proprio come un pacco a sorpresa, come una continua attesa di un qualcosa che doveva venire e che non arrivava mai: i primi sei inning entrano di diritto nella classifica dei peggiori dell’intera annata : i Red Sox, in un line-up per l’ennesima volta molto raffazzonato per l’assenza all’ultimo minuto di Ellsbury, erano sull’orlo di una crisi di nervi sul lanci di Bud Norris improvvisamente trasformatosi nel nuovo Sandy Koufax.

Due ore piene solo di un mare di strikeout sul groppone e di qualche punto di troppo subito da un Wakefield alla seconda partenza davvero poco positiva; ad un cero punto però, continuando nella metafora dell’inizio, siamo arrivati in un angolo inesplorato del nostro castello e lì abbiamo trovato lo slancio per ribaltare, in men che non si dica, una partita che rischiava ormai di scappare via. Spesso quando una squadra segna punti a raffica in un inning i commentatori americani usano il verbo eruttare, nel settimo inning a Houston i Red Sox sono sembrati il Krakatoa in uno dei suoi giorni di fuoco.

Non c’era verso di mettere a sedere un battitore per i pitcher avversari; alla fine tutto si è deciso in quel mentre, sono entrati i sei punti della vittoria, che potevano essere addirittura di più se non si fosse sprecato molto negli ultimi inning, grazie ad una squadra che ha saputo colpire nel momento della difficoltà e grazie anche ad un bullpen usato stasera molto ( 5 uomini ) e che ha chiuso molto bene la saracinesca una volta tanto.

Non il capitano ... il leader

Spendo le ultime parole per l’uomo (quello in maglia blu scura) della foto sovrastante. Se una non ha tempo di vedere la partita e vuole vedere solo uno spezzone deve scegliere il turno nel box di Pedroia al settimo inning. L’arbitro Diaz (pessimo nel chiamare i lanci a casa) chiama su Dustin uno strike “fantasioso”, dopo la discussione che vedete nella foto, Pedroia indovina la valida che vale il pareggio su un lancio simile al precedente. Da cineteca la “ragliata” di Pedroia verso l’arbitro mentre correva in prima. Puro distillato di temperamento. Se proprio si deve cominciare a studiare la clonazione umana, io propongo di iniziare da Mr. Dustin Pedroia di Woodland, California … E sarebbero studi ben spesi

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